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Politica ed Economia

SETTE - n. 15 - 10 aprile 2003


QUELL’EDITORE LIBERALE CHE VOLEVA PRENDERE MONTANELLI A CALCI

Adesso basta. A questi gli taglio i fondi... Vado al Gior­nale e batto i pugni sul tavolo. E se Indro fa le bizze. lo prendo a calci in culo”. E davvero un peccato che il nostro immenso Montanelli se ne sia andato prima di sentire, al processo contro Dell’Utri di Palermo, la registrazione delle telefonate intercettate il 27 agosto 1983 nelle quali Berlusconi parlava di lui. Si sarebbe fatto una risata. Per carità, le conversazioni non contengono una pa­rola che sembri avere un rilievo giudiziario. Di più: recu­perarle da un altro fascicolo processuale e farle sentire in aula è stata forse da parte dei giudici, provocati dall’insi­stenza con cui i difensori martellavano sull’assoluta «im­permeabilità» dei giornali e delle tivù berlusconiane alle in­terferenze d’un editore profondamente liberale, una ra­soiata. L’immagine che ne esce dell’ex Sua Emittenza de­stinata a diventare premier, però, è dispettosamente indi­menticabile.

Sono anni, infatti, che il Cavaliere spiega di essere l’edi­tore più tollerante e rispettoso del pianeta. Lo disse nella celebre intervista ai tg della Fininvest quell’11 gennaio del 1994 in cui di fatto diede al grande vecchio il suo benservi­to: «Non ho mai interferito con la linea del Giornale... Ave­vo detto che Monta­nelli poteva scrivere i suoi articoli di qui al­l’eternità. Ho anche aggiunto che avrebbe potuto mandarmeli con un fax speciale che stavo facendo co­struire dal Paradiso».

Lo ridisse dopo aver vinto le elezioni del ‘94: «Li ho sempre avuti tutti contro anche in questa campagna elettorale: Scalfari, Repubblica e l’Espresso perché sono di un altro partito, Mieli al Corriere e Mauro alla Stampa per le loro convinzioni e quelle dei loro redattori. E poi Montanelli, che ha lasciato il Giornale senza che io gli dicessi mai nul­la». Lo ribadì nel ‘97: «Montanelli ha lasciato il Giornale senza che io gli dicessi mai nulla, solo una frase a colazio­ne su Segni, che mi pareva uno destinato a perdere». Lo confermò dopo la morte del grande giornalista che pure aveva definito sprezzantemente «un mio ex dipendente» incassando in cambio l’accusa di avere «una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne»: «Piango l’amico con cui ho condiviso molte battaglie e al quale sono rima­sto legato anche quando ha espresso dissenso dalle mie po­sizioni, con lo spirito di libertà che ha sempre animato il suo lavoro e che ho sempre rispettato».

Certo, non che il Cavaliere abbia mai avuto una grande stima dei giornalisti... Gli archivi sono pieni di sfuriate. «Il 90% dei giornalisti italiani milita sotto le bandiere del fron­te comunista o paracomunista. Quanto ai corrispondenti esteri...». «La stampa è bugiarda, la voglia di scoop preva­le troppo spesso sulla verità, tutto questo non può e non deve avvenire. Non possiamo non condannare la menzo­gna». «Anche se un giorno camminassi sulle acque, Stam­pa, Corriere, Repubblica e Unità, che si telefonano per con­cordare i titoli, scriverebbero che Berlusconi non sa nuota­re...».

Ammette, ovvio, delle eccezioni. Come certi titolisti del Giornale arrivati a scrivere che le corna fatte allo spagnolo Piqué nella foto dei leader europei a Caceres erano «gesti che servono per creare amicizia, cordialità, simpatia e rap­porti affettuosi». O certi cronisti plaudenti: «Segreterie e collaboratori si alternano, con diversi turni, mentre il Ca­valiere sembra l’omino delle pile Duracell: chi scrive riesce a stento a girare lo zucchero nella tazzina del caffè, nello stesso tempo in cui il presidente di Forza Italia fa almeno tre cose». O ancora Paolo Liguori, che secondo lui faceva a Studio Aperto «il tg più sereno e obietti­vo», O ancora Emilio Fede il quale, coper­to di elogi per la leg­gendaria imparzia­lità, ha ricambiato giurando: «Berlusco­ni non mi dà mai or­dini. Mai, mai, mai». Ecco: non essere amato da tutti l’ha sempre in qualche modo stupito: «Io, uomo delle tivù, so­no per essenza l’uomo della democrazia».

Potete dunque immaginare quanto lo abbia amareggiato la diffusione delle telefonate di quel 1983. Nella prima Craxi, da tre settimane presidente del Consiglio, si lagna con l’amico Silvio perché Montanelli gli ha dato del «guap­po». Nella seconda il futuro premier, dopo avere assicura­to a Bettino che avrebbe preso il vecchio Indro «a calci in culo», chiama il condirettore del Giornale Biazzi Vergani, gli riferisce della sfuriata craxiana e gli raccomanda di trat­tar bene il Cinghialone («Dobbiamo tenercelo buono, fra poco ci farà avere le concessioni per le tivù») e di starsene zitto: «Per ora a Montanelli non dire che ti ho chiamato». La terza è di Biazzi Vergani a Berlusconi: «Tutto a posto». Chissà, se fosse qui, cosa direbbe Indro. Forse, fatta una risata, racconterebbe di come Berlusconi gli avesse un giorno spiegato il suo rapporto con la stampa, i critici, i bastian contrari e il dispiacere che prova quando chi gli è intorno non lo apprezza quanto lui ritiene di meritare:

«Faccio come zia Marina, che ha 80 anni e siccome nessu­no le dice che è bella un giorno si è messa davanti allo specchio con un vestito a fiori e si diceva: “Mariiina, cume te se bela”».